MARCO FULVI – Icone

Marco Fulvi eredita e fa propria una lunga tradizione artistica che mette al centro il tema del ritratto.

Il filosofo francese Jean-Luc Nancy considera questo genere stilistico non un genere tra gli altri, ma un riferimento essenziale e concreto per misurare l’esercizio della rappresentazione.

La maestria nel disegno e nell’uso del colore fa dell’artista marchigiano un eccellente interprete di questa tradizione, ma al contempo assolutamente originale nelle scelte espressive.

La sua ricerca pittorica trova in una tecnica antichissima quale è la tempera all’uovo, preparata autonomamente e artigianalmente, la propria linfa e i propri valori. Questa scelta, insieme alla maniera nello stendere il colore, per sovrapposizione di toni, è il filo formale che lo lega al passato, ma dai colori e delle campiture piatte degli sfondi da cui si affacciano le figure, emerge un artista estremamente contemporaneo.

Pur nel realismo della figurazione, egli adotta un linguaggio mai fotografico o iperrealista, anzi, ci fa letteralmente “vedere la pittura”, attraverso tratti precisi e sicuri.

Il suo atteggiamento verso l’arte rifugge la frenesia della produzione, propria della cultura contemporanea e delle mode artistiche, ma vi si accosta con sobrietà e con una certa sacralità nell’indagare le sfumature più sottili dell’animo e dei rapporti umani.

L’atto di osservare e le attese di produrre un’immagine fedele rispetto al soggetto collocano le sue opere sulla soglia tra identità soggettiva e percezione collettiva.

La sua è una pittura riflessiva e contemplativa, quasi una catarsi.

I tempi lunghi richiesti dalla tecnica adottata riflettono la meditazione con cui l’artista si pone di fronte dei suoi soggetti, unendo così la precisione tecnica allo scavo introspettivo.

I ritratti fermano i personaggi a volte nella loro solarità, altre nella loro austerità o malinconia e dunque non è solo la fisionomia a parlare, ma anche le indoli. Marco Fulvi ce le restituisce attraverso l’attenta ricostruzione formale del volto e dei tratti somatici, eppure essi non appaiono mai statici, o cristallizzati in un’unica forma.

Le espressioni stesse rendono instabile la configurazione somatica del volto, che muta con l’avvicendarsi degli eventi personali. La loro rappresentazione è quindi una proiezione simbolica.

Grazie alla loro essenza sensibile, come oggetti, i ritratti mirano ad oggettualizzare e definire un concetto astratto come l’identità, che tuttavia resta fuggevole e temporaneo al nostro sguardo.

E’ per questo che i ritratti sono tanto eterni nella loro funzione di preservare la memoria quanto transitori, legati alla diversa percezione di chi li guarda.

La loro stessa forma è cambiata nel corso della storia dell’arte, ora fedele nella ricostruzione del volto, ora dai tratti fortemente stilizzati o espressionisti. Secondo i contesti culturali a cui si è adattata e che ha rispecchiato, ha rappresentato quasi una cartina di tornasole di una data società e dei suoi valori etici ed estetici.

Interpretare il senso dei volti ritratti non può perciò prescindere né dai canoni di rappresentazione storici e culturali, né dalle componenti psicologiche che ne mutano l’aspetto e ne condizionano la percezione.

In questa prospettiva, l’impegno figurativo dell’artista, non solo rappresenta un’analisi profonda di questi fattori, ma soprattutto è incontro e mediazione tra l’essere per sé del soggetto e il suo essere per gli altri.

L’insieme dei segni con cui Fulvi sceglie di denotare i suoi modelli fermano l’incontro tra due sguardi, tra due stati emotivi, in un particolare momento; sono dunque al tempo stesso descrittivi e narrativi.

I diversi tratti somatici, nella loro unicità, sono, infatti, punti nodali tra interiorità ed esteriorità, consentendo al tempo stesso la comunicazione e la relazione col mondo.

I dipinti testimoniano perciò, in un unico colpo d’occhio, tanto l’essere quanto l’apparire. Il simbolismo del volto – direbbe G. Simmel – rinnega il problema del riconoscimento.

Ogni opera dell’artista è perciò un racconto che si compone attraverso la declinazione del concetto di bellezza, insieme all’identità personale e al rapporto di relazione tra artista e soggetto.

I ritratti si configurano, a loro volta, come la rappresentazione di relazioni e percezioni che in loro si proiettano, una forma di conoscenza attraverso la forma sensibile dell’opera, rispetto alla quale il nostro sguardo è parte essenziale. In qualche modo noi stessi, osservando il soggetto, contribuiamo alla sua percezione. L’artista non ci preclude, attraverso la sua figurazione, di rapportarci autonomamente ai volti, che anzi ci attraggono e ci richiamano per la loro forte espressività, provocando in noi un coinvolgimento tale da farci accostare a loro urgenti di domande che vorremmo porre. Il loro fascino magnetico e la tensione spirituale che riescono a trasmetterci rendono il realismo di Fulvi, rispetto ai personaggi che ritrae, mai impartecipe, ma pregno di tensione emotiva.

Il valore delle sue opere non va pertanto cercato nella loro equivalenza anatomica ai volti reali, ma nel loro potere empatico ed emozionale.

I ritratti dell’artista marchigiano rappresentano, citando Nancy, un medium in grado interpretare la complessità della propria e altrui realtà.

Uno studio dei moti dell’animo attraverso i tratti del volto e il confronto fertile tra antichità e contemporaneità del ritratto, tra le sue implicazioni teoriche e le sue sottili ambiguità.

Firenze, maggio 2014

Laura Capuozzo