Crea sito

DALL’IMMAGINE DEL MONDO AL MONDO DELLE IMMAGINI

young girl running on a balcon, 1920La vita e la cultura, specialmente negli ultimi due secoli, sono state caratterizzate da uno sviluppo costante e imponente dell’aspetto visivo del vivere e della rappresentazione. La portata del fenomeno ha fatto sì che la società venga oggi comunemente definita come “civiltà dell’immagine”. La “civiltà dell’immagine” si realizza nel quotidiano bombardamento di un flusso continuo di immagini di ogni genere attraverso tutti i mezzi di comunicazione: giornali, televisioni, internet, ecc.

L’immagine, oggi, fa propri linguaggi diversi e assume caratteristiche spesso opposte a quelle che aveva in passato. Non è più atta, infatti, né a riprodurre la realtà, specularmente, né a rappresentarle filtrata attraverso la prospettiva dell’artista: essa mira invece a produrre mondi fittizi. Nell’ambito dei linguaggi visivi, l’apporto dato dalla tecnologia digitale, è quello che meglio palesa il cambiamento dello statuto della rappresentazione. L’immagine digitale rientra nell’ampia sfera delle realtà possibili create dalle macchine. Uno scontro, quello dell’immagine fabbricata dal personal computer con il suo statuto ontologico, che offre diverse possibilità di interpretazione e di discussione. Se è vero che, in alcuni casi, il mezzo informatico può offrire soluzioni circa l’ampliamento degli spazi di esperienza legati alla creazione di realtà virtuali, ciò è realizzabile purché si metta in atto un percorso artistico che, pur traendo spunto dalla concretezza del mezzo, dia vita a mondi altri. Mondi che si pongono come una variazione immaginativa del reale, come rielaborazione, proposta di senso, cui non spetta il compito di descrivere la realtà così come è, ma come è possibile che sia.

Un’altra riflessione emerge dall’indagine speculativa sul digitale attraverso il percorso del pensiero occidentale e ne coglie soprattutto le implicazioni etiche ed ontologiche, basandosi sul confronto-scontro delle realtà artificiali con la realtà concreta. “Se lo sguardo occidentale – sostiene ad esempio Regis Debray – si confronta con tutto ciò che è immutabile, non può che conseguirne una svalutazione di tutto ciò che, all’opposto, si configura come immagine della realtà o peggio, come suo simulacro.” Qui si colloca la negazione assoluta dell’immagine digitale, e da qui si origina la considerazione delle nuove “realtà leggere” create dai computer come forze che scindono il mondo reale da quello ideale. Lungo questa direttrice è possibile collocare anche la prospettiva ideologica di Jean Baudrillard, uno dei maggiori teorici contemporanei del virtuale. Se è vero che il reale è oggettivo, è legittimo giudicare il virtuale come una raffigurazione, una copia della realtà, un suo simulacro. Tuttavia, anche nel ritenere superfluo o perfino dannoso ciò che comporta il virtuale, bisogna riconoscere che, anche in questo caso, ad essere messo in discussione è il rapporto tra reale e finzione, reale e artificiale: in altri termini, il rapporto tra il reale e le sue immagini, le sue rappresentazioni. Rapporto che, secondo la connotazione negativa che emerge da questa interpretazione del virtuale, al contrario di come avveniva con la rappresentazione pura dei mezzi tradizionali, non conduce ad un accrescimento di essere, ma ne resta escluso. Le immagini di sintesi, lungi dall’essere prospettive soggettive ovvero oggetti di visioni del mondo sono, sempre più frequentemente, immagini costruite e verificate dalle scienze, dalla manipolazione sperimentale all’applicazione dei risultati tecnologici; infine, a loro volta, sembrano convergere più nella scienza tecnologico-informatica che non nella ricerca artistica. Un’ulteriore condizione posta dallo sviluppo tecnologico-informatico si esplica nella considerazione che il “mosaico elettronico” ingloba non solo la registrazione di immagini dalla realtà ma anche la creazione di immagini sintetiche. Avviene che, infatti, l’immagine digitale non abbia un punto di partenza, mancando la realtà fisica che le corrisponde . Se Barilli descrive l’immagine elettronica come “un sistema compositivo ottenuto con un numero discreto di impulsi luminosi, i cosiddetti pixel, allineati in file regolari come in un ben ordito pallottoliere”, Debray sottolinea che, con il passaggio al digitale, l’immagine si svincola dal suo statuto mimetico e sottolinea come le immagini virtuali siano “causa sui”, non più dipendenti dal reale proprio in ragione del loro configurarsi come sintesi di algoritmi e calcoli matematici. Con il “concepimento assistito” del computer l’immagine prodotta aggira l’opposizione della parvenza e della realtà, non necessità più di analogie con l’oggettivo, al contrario è il prodotto reale che dovrà imitarla, per esistere. “Alleggerita da ogni referente, l’immagine autoreferenziale del computer permette di visionare un edificio che non è ancora stato costruito. Ecco il visivo, com’è in se stesso, alla fin fine”.

L’attuale resistenza nei confronti della tecnologia applicata al linguaggio visivo, deriva dalla preoccupazione che il livello di digitalizzazione possa diventare così elevato da poter essere in grado di ridurre ogni elemento della realtà ad una sequenza di dati, pagando il prezzo di cambiarne tutte le caratteristiche, compreso il peso. L’immagine virtuale è infatti, per definizione, immateriale: “allora quello che coglie la nostra vista non è più nient’altro che un modello logico-matematico”. Il passaggio attraverso la numerazione binaria ha fatto sì che l’essenza fisica del mondo, la sua carne, si sia trasformata in un essere matematico come gli altri: sarebbe questa, l’utopia delle nuove immagini. “Ecco il mondo delle immagini, insieme banalizzato e privato dei suoi compartimenti”. Nella consapevolezza che la rappresentazione permette di rendere presente anche l’assente, la creazione dell’immagine “in laboratorio” incide al contempo sul rapporto tra il visibile e l’invisibile. Se è vero che il “re” di repraesentatio salta, ci si interroga sulla necessità di porre dei limiti etici alla rappresentazione. Richiamando una annotazione che poneva a margine del suo ultimo disegno: “bisogna che tutto sia conosciuto? Ah, io non credo”. Anche Baudrillard ritiene che non sia “giusto” che di ogni aspetto della vita sia dia un’immagine: ciò che è al di fuori della realtà fisica, l’immaginario dell’uomo, nonostante i tentativi artistici, tecnologici o scientifici, è irrappresentabile, ed è giusto che rimanga tale. Afferma inoltre che: “con la realtà virtuale,si direbbe che la tecnologia manifesti la volntà di potenza come volontà di rappresentazione. O, meglio ancora, è la stessa tecnologia, non l’uomo, a manifestare la propria volontà di potenza, col virtuale”. Dai testi del filosofo francese emerge come la tecnica sia un contesto multiverso e come la sua più profonda intenzione sia di portare in luce anche ciò che non si vede: “forzare tutto il reale nell’ordine del visibile”. L’ultima violenza fatta oggi all’immagine è stata di renderla visibile: non appena il reale è prodotto virtualmente, esso si verifica e non lascia spazio alla contingenza. Di fronte ad un’immagine sintetica, in questo senso, non si è più sicuri se essa sia o meno stata esposta all’obbiettivo. Ne consegue che l’aspetto immaginativo del reale viene a mancare, poiché l’immagine digitale non testimonia qualcosa di reale, come avveniva con la fotografia analogica, creandolo da sé. Lontane dal mondo della rappresentazione, le immagini appartengono, oggi, a quello del consumo visivo. I tentativi di interattività della tecnologia digitale sciolgono il valore stesso dell’immagine, la sua distanza da ciò che essa stessa rappresenta, il suo stesso essere visibile e insieme invisibile. Il virtuale ha assorbito ciò che prima era opposto, il reale e il possibile, le contraddizioni tra realtà ed immaginazione: soggetto e oggetto sono diventati elementi interattivi. L’ambivalenza dell’immagine si scontra infine con la pretesa di una sua possibile iperrealizzazione.

Bibliografia:

  • 1988, Baudrillard Jean, La sparizione dell’arte, Politi (collana Terzo millennio), Milano.
  • 1996, Baudrillard Jean, Il delitto perfetto, Raffaello Cortina Editore, Milano.
  • 2005, Baudrillard Jean, Viloenza del virtuale e realtà integraale, Mondadori Education, Milano.
  • 2006, Baudrillard Jean, Il patto di lucidità o l’intelligenza del male, Raffaello Cortina Editore, Milano.
  • 2007, Baudrillard Jean, Lo scambio simbolico e la morte, Feltrinelli (collana Universale economica. Saggi), Milano.
  • 2007, Virilio Paul, L’arte dell’accecamento, Raffaello Cortina Editore, Milano.
  • 1999, Debray Régis, Vita e morte dell’immagine. Una storia dello sguardo in Occidente,Il Castoro (collana Gli imprevisti).
  • 1997, Lèvy Pierre, Il virtuale,Raffaello Cortina Editore, Milano.

Pubblicato da lauracapuozzo

Curatrice e critica d'arte - ricercatrice culturale e docente Il mio lavoro e la mia ricerca si concentrano sulle relazioni tra diverse forme artistiche contemporanee e i loro rapporti con le tecnologie emergenti, dall’impatto dei media digitali sull’attività artistica alle arti "biotech".